Radu Vancu

 

Traduzione italiana di Anita Natascia Bernacchia

 

o, papà...

 

lei è l'erba, come dice il poeta, e ricopre tutto, il waterloo, l'austerlitz e te,

lotta tra le più terribili dell'anima mia estenuata ancora, la coscia sbriciolata;

ha invaso impietosa pure il luogo dove ti hanno disteso, alla fine dell'orazione asina,

ha scavato con il suo essere clorofilliano in profondità nella terra morta

e metodica ha calato la piramide verde come vegetale tenda

in cui dormi tu, ultimo imhotep, con il legno del sarcofago sulla tua assenza franata.

 

noi eravamo l'erba, noi ci stendevamo come un'erba animale, amorevole e schiamazzante

sul tuo corpo, quando tornavi a casa ubriaco, ti allungavi sul tappeto aspro

e dicevi: dai, bimbi, vogliate bene a papà. La vita vaporosa intorno a te, fluttuante

e odorosa di vodka, non mi rendevo conto  allora

di quanto oscenamente fosse economica, e ti assopivi, russando come russo io ora.

a volte mamma piangeva quando ti trovava a dormire per terra.

 

l'erba c'è, es ist so, come avrebbe detto un grand'uomo, tu non ci sei, sono forse davvero

qui io, con camelia accanto, io e lei scalfiti a tratti da refoli solidi

come la pietra, chiedendomi chi è che ci vive dentro e l'erba chi è che la vive,

cos'è che ci vive in modo tanto diverso? freddo. novembre è il mese più crudele. la sera si allunga.

ce ne andiamo in silenzio tra l'erba alta. quel che ci vive ci uccide.

 

 

 

 

ricordi

quando guardi la pioggia dalla finestra dell'ufficio di facoltà

e ricordi squassano picchiettando l'animo piano

tanto che in dilatanti cerchi il tuo essere si spezza. quando dimenticate

dimenticanze ridispiegano le ali invisibili e si dimena

nella carne un volo della carne più profondo. Quando, spaccate,

labbra spirituali sibilano un sognatore amaro respiro.

 

quando la pioggia è immobile e la vodka è ricordare,

come ricordo è anche papà, legato alla vodka anche lui come a manette

che forse sempre gli ricordano, con l'uguale malato sentire

con cui lo ricordano a me, che essere vancu è la galera, e con sottile

cattiveria lo stringono sulla giuntura dell'anima, con più severe

catene, ad ogni sbornia più gonfie di rimorso manette.

 

quando si impiccò, finché non vennero quelli dell'ospedale

gli feci la respirazione artificiale – l'ultima aria usciva dai polmoni ansante

e la vita ondeggiava  intorno e la morte ondeggiava intorno e in modo assurdo

pensai che respirasse ancora, mi veniva da fare i salti di gioia

e la sua aria era la mia aria e io non sono ancora morto, e sordo

ho sentito i paramedici dire: è morto. i ricordi ti rendono felice.