Vasile Ernu

 

Nato in URSS

Născut în Urss

 

(trad. în italiană de Anita BERNACCHIA)


Il mio primo paio di djinsy

 

            Il mio primo paio di jeans, o, come li chiamavamo noi, djinsy, lo associo all'entrata dell'Unione Sovietica in Afganistan. Fu nel 1979. Le truppe sovietiche entrarono nel paese per difendere la Rivoluzione socialista di Kabul. Il gioco era semplice. Noi liberavamo, e per i paesi occidentali questo era occupazione, gli USA liberavano, e per noi era quella l'occupazione. Alla fine, parlavamo lingue diverse, o piuttosto la stessa lingua, ma ognuno capiva quello che voleva capire, secondo gli interessi che aveva. Nel 1980, mio fratello venne arruolato nell'esercito. L'arruolamento si faceva all'età di 18 anni, e il servizio militare durava due anni nell'esercito e tre anni nella marina. Dove avresti dovuto svolgere l'attività militare era un'incognita e lo scoprivi soltanto quando ci arrivavi. Se eri fortunato, capitavi in Ungheria, in Germania Est, in Cecoslovacchia, oppure, se eri un po' meno fortunato, da qualche parte nella remota Siberia. Un mio vicino diceva sempre: "Ho fatto il militare dove mettono le briglie ai cani". Era in un altro mondo, in aereo ci mettevi una giornata. Ma la variante più dura per quei tempi era l'Afganistan. Perchè c'erano buone possibilità di non tornare più. E mio fratello proprio lì venne mandato. Qualche mese a Termez, un paesetto della Repubblica uzbeka, al confine con l'Afganistan, dopodiché dritto a Kabul. Combattere contro i mujaheddin non è per niente facile. Le fotografie erano spaventose: macchine bruciate, villaggi bruciati, gente morta, e i soldati armati fino ai denti.

            Lì in Afganistan, in quel paese povero e dimenticato da Dio, a differenza dell'URSS, si trovavano merci che da noi facevi una fatica immensa a trovare, e che, per averle, dovevi pagare somme considerevoli. C'erano molte merci che ti tentavano, dagli occhiali da sole fino ai mangianastri della SONY, ma niente era più desiderato e ispirava più rispetto di un paio di djinsy.

I djinsy erano la merce più preziosa che il cittadino sovietico di quei tempi potesse desiderare. I soldati dell'invincibile Armata Rossa facevano contrabbando di oggetti di questo genere. Così sono arrivato ad avere, ad un'età molto tenera, quello che avevano solo i figli della gente "molto su", o i figli di quelli che lavoravano con l'estero, oppure degli speculanti.

            Siccome mio fratello non aveva ricevuto la licenza, che di solito veniva concessa ai soldati sovietici, mio padre andò fino a Termez per vederlo. Al ritorno, mi portò da parte sua un paio di djinsy. Non avevo mai visto nulla di più affascinante, nemmeno nei miei sogni più belli! Immaginatevi, io, un ragazzino di 10 anni, andarmene in giro con dei pantaloni che non aveva nemmeno il figlio del preside - e nemmeno quello del primo segretario del partito. Penso che ero tra i primi della scuola ad indossare una cosa del genere. Ad ogni modo, ero sicuramente il primo a farlo a quell'età. Mi invidiavano tutti. Dalle compagne e i compagni di mia sorella dell'ultimo anno fino ai miei compagni, e soprattutto compagne di classe. I miei primi djinsy ebbero un vero successo.

            Più tardi, quando ero adolescente, mi regalarono una camicia jeans. Fu ben più che un vezzo d'abbigliamento. Era un articolo che trovavi molto difficilmente e, ovviamente, era molto caro. Sulla tasca sinistra aveva un piccolo stemma, c'era scritto Lightman. Ma come faceva a sapere il produttore americano, nostro nemico giurato, che non c’era posto al mondo più indovinato dell’URSS per questo nome? Questi oggetti ci hanno davvero illuminato la vita.

            I primi jeans che abbia mai visto, però, o, meglio, che mi ricordo di aver visto, sono quelli di mio fratello. Mio fratello, dopo aver finito la scuola, si era deciso a comprarsi un paio di djinsy. Aveva cominciato a far parte di quella categoria di blatnoi, di ragazzi disinvolti e furbi, rispettati da tutti. Aveva tutti gli atout. Era sveglio, aveva qualità da leader e, non so come, riusciva a mettere tutti al loro posto, e in più era anche uno sportivo. Aveva tutto, gli mancavano solo i pantaloni di djinsy. Per un ragazzo della sua categoria, la vita perdeva automaticamente di significato se non riusciva ad avere una cosa di questo tipo. Ma per procurarteli dovevi avere soldi e delle conoscenze che ti aiutassero a procurarteli. Lavorò per un'estate intera, raccolse del denaro e partì per Odessa. Come direbbe Ostap Bender: "Contrabbando? Tutto il contrabbando lo trovi sulla Malaya Arnautskaja di Odessa". Nel talciok, il mercato nero di Odessa, trovavi qualsiasi cosa. Qui si vedeva il volto invisibile del paese. Ci volevano i soldi, e al cittadino sovietico l'unica cosa che non mancava erano i soldi. Così è tornato con un paio di djinsy, Made in USA. Un colore che non dimenticherò mai. Secondo voi, oggi si fanno ancora i jeans di una volta? Nemmeno i capitalisti sono più quelli di una volta. E che materiale! Rigido, tanto "che stavano in piedi da soli". Dietro, un'etichetta di pelle sulla quale era disegnato un ponte immenso e dove c'era scritto a lettere grandi straniere (le nostre lettere erano cirilliche), Brooklyn. Probabilmente il nome della marca. Non avevo idea del significato né di quello che voleva dire, ma per me Brooklyn rimase un nome magico. Una parola venuta da un altro mondo, un'altra realtà che non riuscivo nemmeno a immaginarmi. Le parole, ma soprattutto gli oggetti, avevano su di noi un fascino inspiegabile.

            Oggi, di tanto in tanto, mi compro un paio di djinsy. Anche se me li compro abbastanza di rado - e non per i soldi. Ho desiderato tanto una giacca di jeans. Mi sono anche visto in sogno con una giacca jeans. Ero un'altra creatura quando portavo quella giacca. Ma era una cosa che avveniva solo in sogno. Non me la sono mai comprata. Ne ho ricevuta una in regalo più tardi, ma non la porto molto spesso. Perché? Quando vado nei negozi e vedo tutte quelle montagne di jeans, mi viene un giramento di testa. Quanta poca considerazione per queste cose che una volta per noi erano sacre! Mi compro i djinsy solo raramente, per non "calpestare la corolla di meraviglie" del mio periodo comunista. Questo capitalismo ci ha davvero rovinato. Ci ha distrutto uno dei piaceri più grandi, il piacere di possedere delle cose ottenute con fatica.